SE FINISCE UN AMORE….

A cura di Dr.ssa Rossella Campigotto

L’amore è il più sublime degli autoinganni, guida la nostra vita, riveste un ruolo centrale nelle aspettative della maggior parte delle persone, ci permette di sognare.

Poiché è “autoinganno”, va gestito per non cadere nelle “pene d’amore” che tanto fanno soffrire. Sempre più spesso arrivano in studio pazienti dal cuore straziato, che soffrono pesantemente per la fine di un amore, o di quello che ritenevano fosse un vero e proprio idillio e che si è trasformato nella peggiore delle torture.

E’ nell’idea che abbiamo dell’amore che si annidano i germi del dolore e della sofferenza, in quei miti di eternità, fedeltà, perfezione.

La fine di un amore può causare rabbia, delusione, disperazione, dolore ed anche ossessione. Questi sentimenti devono essere affrontati nell’immediato. Se, infatti, si cerca di scacciare il pensiero della storia passata, si evitano luoghi o persone che possano ricordarla, ci si iper-impegna pur di non pensarci,ecc…. non si creano le condizioni necessarie per una rielaborazione sana dell’esperienza passata.

In questi casi si può parlare di un vero e proprio lutto: tale è il dolore che determina la separazione.

Spesso il dolore è così acuto da non poterlo “guardare in faccia”. Si tende a scacciare qualsiasi pensiero doloroso. Ma pensare di non pensare è già pensare…..

In questi casi è utile affrontare immediatamente la rabbia canalizzandola, tirandola fuori, facendola defluire, per esempio, tramite un epistolario. Ciò permette di far in modo che si conservino i ricordi belli nella memoria come qualcosa che spinga la persona avanti, piuttosto che un qualcosa che ci tenga ancorati al passato ed incapaci di occuparci del presente e di vivere serenamente. Anche il guardare le vecchie foto della storia passata può aiutare. All’inizio questa modalità potrebbe essere troppo dolorosa da sopportare: la si può utilizzare in un secondo momento.

Mano a mano che la rabbia passa, emergerà sempre più il dolore che va fatto decantare, per esempio creando ogni sera una galleria di ricordi, creando cioè una serie di quadri con ricordi sia positivi che negativi e concentrandoci sempre sul far emergere una spetto comunque positivo da ogni quadro. In questo modo la cicatrice che si era creata al momento della separazione e che inizialmente, ogni volta che la si sfiorava, sanguinava, ora appare completamente cicatrizzata ed anche sfiorata o toccata non sanguinerà più.

Guardando l’amore per quello che è: “il più sublime degli autoinganni” saremo portati a viverlo meglio.

Nardone G., Salvini A., 2013,  “Dizionario Internazionale di Psicoterapia” .

Nardone G.,  Salvini A., 2004,  Il Dialogo Strategico,  Ponte alle Grazie, Milano –

Muriana E., Pattenò L., Verbitz T., 2006,”I volti della depressione”, Ponte alle Grazie

Nardone G., Portelli C., 2015,”Cambiare per conoscere”, Ponte alle Grazie

Attacchi di panico, paura e fobie

Come complicati, annosi e sofferti problemi quali sono le forme

gravi di paura non richiedano obbligatoriamente altrettanto complicate,

annose e sofferte soluzioni. Paul Watzlawick

La paura è la più primitiva tra le nostre emozioni, quando raggiunge gli estremi è la più concreta e reale delle nostre sensazioni; coinvolge mente e corpo in una sequenza così veloce da battere sul tempo qualsiasi pensiero ed elaborazione mentale

Ciò che determina il delinearsi di una forte sintomatologia fobica, non è l’evento iniziale, ma tutto ciò che il soggetto fa per evitare la paura. Questo significa che “le tentate soluzioni” messe in atto dalla persona per allontanare la paura dello scatenarsi delle proprie reazioni emotive e somatiche della paura, conducono al peggioramento dei sintomi stessi, finendo per aggravarla fino alla completa generalizzazione delle percezioni e reazioni fobiche nei confronti della realtà. Tale generalizzazione porta il soggetto ad uno stato chiamato helplessnes ovvero l’impotenza appresa. L’individuo cioè finisce con l’attendersi di non poter esercitare alcuna influenza e controllo sugli eventi. La condizione di impotenza appresa può determinare tre condizioni: la depressione, una reazione di paura acuta e cronica di tipo persecutorio, il ricorso a rituali e credenze capaci di controllare la minaccia degli eventi temuti.

Il fobico cerca continuamente di controllare o evitare le condizioni che potrebbero scatenare l’escalation dalla paura al panico, ed è proprio questo tentativo di controllo che conduce alla perdita di controllo. Nell’intento di controllore le proprie reazioni il soggetto rivolge continuamente la sua attenzione all’ascolto dei parametri fisiologici che indicano l’innalzarsi del livello di ansia (battito cardiaco, ritmo respiratorio, senso di equilibrio, lucidità mentale,…), ma poiché essi sono funzioni spontanee dell’organismo, il loro controllo razionale ne altera la naturale espressione. Il soggetto percepisce questa alterazione e si spaventa; i parametri fisiologici si alterano ulteriormente, la paura aumenta e, se questo circolo vizioso di interazione disfunzionale tra mente e corpo non viene interrotto, si giunge all’attacco di panico.

L’osservazione empirica e l’esperienza clinica evidenziano due tipici copioni comportamentali che si accostano al circolo vizioso di percezioni e reazioni interne precedentemente descritto: la tendenza ad evitare la situazione associata all’attacco di panico e la costante ricerca di aiuto o protezione da parte di altre persone. Entrambe le modalità di gestione della paura la alimentano.

Se un individuo associa all’attacco di panico una situazione, che sia per una esperienza diretta o per una supposta pericolosità, di solito tende ad evitarla. Ma il fatto stesso di aver evitato la situazione temuta conferma la sua pericolosità e la sensazione di inadeguatezza del soggetto, aumentando la paura della volta successiva. Ciò implica dapprima la sensazione di salvezza dal panico, poi alimenta l’idea di non essere capace di affrontare la situazione evitata. La fuga dopo la fuga produce una sfiducia generalizzata del soggetto rispetto alle proprie risorse.

Il soggetto che ha completamente perso la fiducia nelle proprie capacità di fronteggiare le situazioni che considera critiche addossa agli altri la responsabilità di aiutarlo, intervenendo prontamente nel caso di un attacco di panico o rassicurandolo con la loro presenza per prevenire l’innescarsi del fenomeno. Questa tipologia di relazione offre sì immediata protezione, ma al tempo stesso conferma al soggetto la sua incapacità e inadeguatezza.

Per riassumere, il disturbo prende avvio dal primo ed insolito piccolo momento critico reale o immaginario che schiude al soggetto la percezione di perdita di controllo. A quello seguono i tentativi di controllo delle proprie reazioni, che incrementano, invece di ridurle, tali sensazioni iniziali. Sulla base di ciò la persona inizia a mettere in atto il copione di evitamento e la tattica della richiesta di aiuto diretta o indiretta. Queste strategie alimentano il senso di insicurezza del soggetto rispetto alle proprie risorse, rafforzando piuttosto che diminuire la percezione delle minacce. Se la persona procede per qualche mese in questo modo giungerà alla costruzione della trappola dalla quale non potrà più uscire con le proprie forze.

La fuga e la richiesta di protezione sono reazioni naturali orientate all’autopreservazione, sono strategie in genere efficaci contro la paura; è il loro esasperarsi e generalizzarsi che le rende patogene. In altri termni è il sovradosaggio che fa male. Inizialmente o nell’immediato queste strategie funzionano bene, ma con l’andare del tempo esse si irrigidiscono e divengono disfunzionali.

Il più delle volte il trattamento iniziale della sintomatologia fobica è il ricorso a farmaci tampone della reazione. Tale intervento se non associato ad una terapia mirata, il più delle volte è efficace solo inizialmente per poi perdere pressoché totalmente i suoi effetti terapeutici. Si trasforma anch’esso in una tentata soluzione che alimenta piuttosto che ridurre il problema, poiché abitua la persona a delegare al farmaco la sua capacità di resistere alle reazioni di panico.

L’intervento di elezione per i casi di attacchi di panico, paura e fobie è la psicoterapia breve strategica. La ricerca ha evidenziato che essa ha un’efficacia del 95% dei casi trattati e che la risoluzione del problema sia raggiunta in media in 7 sedute di trattamento distanziate di 15 giorni (Nardone, 2016).

Per approfondimenti:

Nardone G., Portelli C., 2015, Cambiare per conoscere, Tea

Nardone, 2016, Terapia degli attacchi di panico, Ponte alle Grazie

SMETTERE DI FUMARE CON LA PSICOTERAPIA BREVE STRATEGICA

A cura della Dr.ssa Rossella Campigotto

Molti sono i metodi per smettere di fumare, uno di questi è la Psicoterapia Breve Strategica, attraverso una tecnica definita dialogo strategico.

Lo scopo di tale tecnica è quello di cambiare l’atteggiamento nei confronti del fumo attraverso l’utilizzo dei ragionamenti e delle parole utilizzate dal paziente in seduta. Si evita cioè di far leva sulla volontà del soggetto che risulta essere, si sa, estremamente scarsa in questi casi poiché si “combatte” con la sensazione del piacere.. Si eleva l’intervento, cioè, alla attiva ricerca del piacere supremo del fumare sigarette, seguendo la logica del “se me lo concedo, concentrandomi sulla ricerca della qualità delle sigarette che fumo, posso rinunciare alla quantità!”.

Il metodo della Psicoterapia Breve Strategica per smettere di fumare si basa sull’assunto del professor Giorgio Nardone per cui “il limite di ogni piacere è solo uno: un piacere più grande!”.

Ne consegue che, se si vuole ridurre il numero di sigarette da fumare, non ci si deve sforzare nel fumarne di meno, ma ci si dovrà concentrare alla ricerca della sigaretta più gustosa del giorno.

Tale prescrizione, consigliata attraverso l’ipnosi senza trans, durante la prima seduta, permette al terapeuta di parlare il linguaggio del paziente e sintonizzarsi per aumentarne la compliance.

Il percorso per smettere di fumare, proposto dalla Psicoterapia Breve Strategica, comprende alcune fasi:

  • la fase di apertura e la prima prescrizione del compito da eseguire;

  • la fase della correzione degli effetti della prima prescrizione o fase di controllo dei risultati;

  • la fase di consolidamento nel tempo dei risultati raggiunti;

  • la fase di chiusura dell’intervento.

In prima fase, cioè durante la prima seduta, il terapeuta pone alcune domande: fuma da tanto tempo o ha iniziato di recente? Fuma tanto o solo qualche sigaretta occasionalmente?, E’ la prima volta che ha deciso di smettere? Questi metodi si basavano sullo sforzo personale o si è fatto aiutare da altri? Ha usato farmaci o è stato da psicologi? Ha seguito il trattamento fino in fondo o ha interrotto prima? La cura ha avuto anche se per poco tempo degli effetti o non ci sono stati risultati?, L’insuccesso è dovuto a lei o al metodo?

Dopo queste prime domande il terapeuta strategico pone la seguente: lei che di piacere se ne intende davvero, se volesse aumentare il gusto delle sigarette si dovrebbe concentrare su quelle più piacevoli oppure suddividere il piacere su un numero elevato di sigarette?.

La risposta la conosciamo tutti bene!

Con questa tecnica si sposta l’attenzione del paziente dal numero delle sigarette fumate al piacere maggiore, cioè dalla quantità alla qualità. La manovra risulta efficace poiché segue la logica di funzionamento del problema che si basa sul piacere.

In seconda fase si chiedono al paziente chiarimenti rispetto ai risultati raggiunti (E’ riuscito a trovare le sigarette più gustose? Quali erano le sigarette più gustose? A quante sigarette al giorno è arrivato? Il piacere com’era? La sensazione era più di padronanza o di dipendenza?) e si mantiene la stessa prescrizione per incrementare i risultati.

In terza fase il paziente continuerà a distillare il piacere sempre più per trovare il piacere supremo.

In quarta fase si sottolineano i risultati raggiunti dal paziente e si chiude il ciclo di sedute.

Bibliografia:

Skorjanec B. (2008), Come smettere di fumare. Strategie per liberarsi in tempi brevi dalle dipendenze da fumo, Ponte alle Grazie, Milano

Nardone G., Watzlawick P. (1990), L’arte del cambiamento, Ponte alle Grazie, Milano.

Nardone G. (1991), Suggestione, Ristrutturazione= Cambiamento. L’approccio strategico e costruttivista alla psicoterapia breve, Giuffrè, Milano.

Nardone G., Loriedo C., Zeig J., Watzlawick P. (2006), Ipnosi e terapie ipnotiche, Ponte alle Grazie, Milano.

PAURA DI FARSELA ADDOSSO E PSICOTERAPIA BREVE STRATEGICA

A cura di dr.ssa Rossella Campigotto

La paura di farsela addosso è caratterizzata dal pensiero di avere un improvviso mal di pancia ed essere quindi obbligati a dover andare in bagno.

Cause

Le cause sono molteplici a seconda della variabilità individuale. In genere, però, vi è stato un episodio scatenante, in cui il paziente è stato molto male, in seguito ad un mal di pancia o ha sperimentato una reale incapacità momentanea di controllo o, in altri casi, un semplice virus o un comune mal di pancia possono dar vita a questo problema.

La persona, a causa della paura di “farsela addosso”, mette in atto tutta una serie di “tentate soluzioni” per risolvere il proprio problema. Per esempio evita di uscire di casa o di ritrovarsi in luoghi in cui non sa dove sia il bagno o dove non vi siano bagni nelle vicinanze.

Il soggetto costruisce delle vere e proprie mappe mentali dei bagni presenti nelle vicinanze, evita i mezzi pubblici preferendo l’utilizzo dei propri per evitare di dipendere dagli altri e poter correre alla ricerca di un bagno in caso di necessità.

Spesso la persona parla del proprio problema con amici o parenti e questo complica ulteriormente la sua risoluzione, in quanto tale tentata soluzione non fa altro che alimentarlo.

Quali sono i sintomi?

In genere, chi soffre di questo problema, della paura di perdere il controllo, non beve o non mangia cibi che potrebbero causare il mal di pancia (per esempio bevande fredde, verdure, alcolici, latticini, etc).

Spesso, in questi casi, si parla di colite nervosa ed il medico prescrive farmaci antidiarroici ed antispastici. Quando si capisce che questi farmaci non danno i risultati sperati e che il problema è di origine psicogena, si passa alla prescrizione di psicofarmaci. Ma anche questi farmaci potrebbero non avere l’effetto desiderato.

Il problema della paura di farsela addosso, a causa delle precauzioni e degli evitamenti adottati dal soggetto per gestire l’ansia, incide in maniera pesante sulla qualità della vita della persona che ne soffre.

Quali terapie a disposizione?

La Psicoterapia Breve Strategica è particolarmente indicata in questi casi, poiché utilizza protocolli di trattamento specifici che permettono in tempi brevi di risolvere il problema. Il terapeuta strategico adotterà una serie di stratagemmi per driblare le resistenze al cambiamento del paziente e raggiungere il risultato.

Il terapeuta lavorerà per creare un accordo, funzionale alla salute del paziente, fra la mente e le sue percezioni e l’apparato gastrointestinale. Cioè farà in modo che la mente pensi all’apparato in un modo flessibile e non così costante e invalidante, tanto da alterarne realmente la funzionalità. Lo scopo dell’intervento è quindi far in modo che l’apparato gastrointestinale non dia più da pensare alla mente del paziente che finalmente potrà occuparsi di altro.

Per poter ottenere risultati duraturi e, soprattutto, in tempi brevi, il terapeuta strategico adotta tecniche paradossali facendo in modo che il paziente affronti la propria paura: la paura evitata, infatti, diviene prima timor panico e poi panico vero e proprio.

La paura, invece, guardata in faccia, si trasforma in coraggio. Se il paziente continuerà ad evitare di guardare in faccia il fantasma che lo spaventa, continuerà a scappare dalla paura, ma se sotto la guida vigile del terapeuta, si volta a guardarlo in faccia, scoprirà che il fantasma, che lo aveva tanto spaventato e inseguito, svanisce.

La ricerca mostra che l’efficacia dei casi trattati si attesta al 95% e che il trattamento ha una durata media si 7 sedute, mentre lo sblocco avviene entro le prime 4 sedute (le sedute in psicoterapia breve strategica si svolgono ogni 15 giorni)

Per approfondimenti:

Nardone G., Paura, panico, fobie, Ponte alle Grazie Milano

Nardone G., Salvini A., 2013,  “Dizionario Internazionale di Psicoterapia” .

Nardone G.,  Salvini A., 2004,  Il Dialogo Strategico,  Ponte alle Grazie, Milano –

Nardone G., 2000 “Oltre i limiti della paura“, Ponte alle Grazie, Milano

Nardone G., 2003 “ “Non c’è notte che non veda il giorno“, Ponte alle Grazie, Milano –

Nardone, G (2016). La terapia degli attacchi di panico. Milano: Ponte alle Grazie.

DISMORFOFOBIA COS’E’ E COME CURARLA IN POCO TEMPO

a cura di dr.ssa Rossella Campigotto – Psicologa Psicoterapeuta

L’ideale della perfezione fisica viene inseguito oggi sia da uomini che da donne in ugual misura. Anche l’uomo infatti si trova a dover fare i conti con i chili di troppo, con i rotolini, con i muscoli poco torniti o con la calvizie.

Oggi viene quasi naturale aspirare alla perfezione fisica estetica, considerando il continuo bombardamento di immagini di corpi snelli, armoniosi e perfetti; per esempio delle donne dello spettacolo o da figure maschili con addominali scolpiti, corpi muscolosi. Ogni mezzo diventa lecito pur di raggiungere lo scopo: diete, palestra, cosmesi, chirurgia plastica o medicina estetica.

La cura di sé, si noti bene, non è di per se patologica poiché alla base di essa vi è il piacere od il piacere di piacersi; in alcuni casi però questa cura di sé può trasformarsi nella preoccupazione più importante della propria vita, diventando una vera e propria ossessione per il proprio aspetto.

Quando si parla di dismorfofobia si intende quella sensazione di deformità e difetto fisico nonostante l’aspetto della persona rientri nei limiti della normalità.

Chi soffre di questo problema cerca di risolvere quelli che ritiene i suoi difetti fisici ricorrendo anche a interventi chirurgici. In questi casi però si osserva non tanto la risoluzione della problematica ossessiva, ma la persona tenderà a trovare sempre nuovi difetti da correggere fino, a volte, allo stravolgimento dei propri tratti fisici. La logica che prevale in questi casi è quella del “chi cerca trova” i difetti. Altre tentate soluzioni all’ossessione della perfezione corporea sono per esempio il celare le zone che non si accettano per come sono, attirando paradossalmente l’attenzione degli altri propriosul presunto difetto. Il tentativo di celare di per sé non fa altro che mettere in evidenza ancora di più il difetto. A molti sarà capitato di nascondere un brufolo con il classico cerone o, altro esempio, nascondere la calvizie con il riporto o cercare di coprire con un maglione il sederone. Tutto ciò non fa altro che attirare l’occhio critico altrui proprio lì, sul difetto che si vuole invece nascondare.

In senso strategico la risoluzione di questa tentata soluzione del celare che mette in evidenza, è lo spostare l’attenzione dell’osservatore mettendo per esempio in evidenza altri particolari o tratti. Un po’ come fanno i prestigiatori nel loro lavoro.

Il terapeuta che applica la psicoterapia breve strategica può intervenire in tempi brevi per risolvere la dismorfofobia. Durante il trattamento, che produce miglioramenti già dopo le primissime sedute, il terapeuta individua, piuttosto che andare ad analizzare il passato della persona e le cause che hanno portato al formarsi del disturbo, le tentate soluzioni che la persona mette attualmente in atto per cercare di risolvere il problema, ma che nella realtà lo mantengono e lo possono far peggiorare ulteriormente. Per esempio il continuo parlarne che non fa altro che alimentare il fuoco del problema, le continue rassicurazioni che la persona chiede e riceve dagli altri, il cercare di celare i difetti,ecc… Durante la terapia si agisce su questi aspetti eliminandoli e con una serie di manovre si scalza in modo graduale la percezione distorta e si favorisce il recupero di una relazione positiva con la propria immagine e con gli altri.

Per approfondimenti:

Dialogo terapeutico sulla dismorfofobia, Giorgio Nardone

Nardone G., Paura, panico, fobie, Ponte alle Grazie Milano

Ipocondria e Psicoterapia Breve Strategica

A cura di Dr. ssa Rossella Campigotto, Psicologa-Psicoterapeuta

La caratteristica essenziale dell’ ipocondria è la preoccupazione legata alla paura di avere, oppure alla convinzione di avere, una grave malattia, basata sulla errata interpretazione di uno o più segni o sintomi fisici.

Perché si possa parlare di ipocondria, ovviamente, una valutazione medica completa deve avere escluso qualunque condizione medica generale che possa spiegare pienamente i suoi segni o sintomi fisici (per quanto possa talora essere presente una condizione medica generale concomitante).
L’aspetto principale dell’ipocondria è che la paura o la convinzione ingiustificate di avere una malattia persistono nonostante le rassicurazioni mediche.

Nella ipocondria la preoccupazione può riguardare le funzioni corporee (per es. il battito cardiaco, la traspirazione o la peristalsi); alterazioni fisiche di lieve entità (per es. una piccola ferita o un occasionale raffreddore); oppure sensazioni fisiche vaghe o ambigue (per es. “cuore affaticato”, “vene doloranti”).

La persona attribuisce questi sintomi o segni alla malattia sospettata ed è molto preoccupata per il loro significato e per la loro causa. Le preoccupazioni possono riguardare numerosi apparati , in momenti diversi o simultaneamente.
In alternativa ci può essere preoccupazione per un organo specifico o per una singola malattia (per es. la paura di avere una malattia cardiaca).

Tutti gli ipocondriaci si rendono conto che la loro paura è decisamente irragionevole, tuttavia ne sono travolti.
La paura li spinge a effettuare continui controlli medici ed analisi cliniche alla ricerca di eventuali sintomi precoci di malattia Ma, avuto l’esito negativo o in seguito alle rassicurazioni del medico, la tranquillità dura poco, poiché al minimo segnale dell’organismo scatta il panico e tutta la sequenza di controlli riparte dall’inizio. Come dire: “ Chi cerca trova”.

I familiari e le persone più vicine al paziente cercano senza successo di farlo ragionare sull’assurdità delle sue paure, ma costoro divengono ben presto affidabili consolatori o accompagnatori alle sessioni diagnostiche.

Nell’ipocondriaco il controllo continuo della sua condizione di salute, porta alla perdita del controllo ed all’aumento del livello della paura. Anche l’aiuto e la rassicurazione ricevuti da chi è attorno al paziente incrementano il problema. Come il fertilizzante su una pianta.

Affrontare la Psicoterapia Breve Strategica per l’ipocondria

La psicoterapia breve strategica è particolarmente efficace ed efficiente in questo caso..
Tale terapia consiste nell’analizzare la situazione ed i tentativi fallimentari di gestione e mantenimento del problema adottati dal paziente.

L’approccio strategico si fonda sul presupposto che i disturbi psicologici, presentati da un individuo, derivino dalle modalità percettive, cognitive ed emotive che questo assume rispetto alla sua realtà, che conseguentemente lo conducono a reazioni comportamentali disfunzionali.

La terapia breve strategica si pone come obiettivo il cambiamento delle percezioni del paziente, al quale seguirà il cambiamento delle reazioni comportamentali e cognitive.
Perciò per risolvere un disturbo psichico in modo strategico è necessario rompere il circolo vizioso di tentate soluzioni che le persone mettono in atto nel tentativo di risolvere un problema, ma che in realtà non fanno altro che mantenere e complicare ulteriormente il disagio.

E’ un intervento attivo e prescrittivo i cui risultati si osservano fin dalle prime sedute. Per riuscire a lavorare in questo modo, il terapeuta strategico deve necessariamente avere l’abilità di saper cambiare il proprio stile comunicativo e relazionale; deve riuscire a mettersi in sintonia con qualunque tipo di paziente per farlo sentire a proprio agio, per fargli sentire la possibilità di migliorarsi e poi guidarlo dolcemente a cambiare il suo punto di vista sulle cose.

Fin dalla prima seduta, l’attenzione del terapeuta strategico si focalizza sul come un problema si mantiene nel tempo e su come sia possibile cambiarlo. Vengono cioè analizzate le caratteristiche del problema ed i tentativi di soluzione messi in atto dal paziente. In questi casi emerge in genere la paura di avere una malattia e poter morire. Il paziente mette in atto inoltre una serie di controlli ossessivi dei segnali del proprio corpo fino a perderne il controllo. Egli parla molto del suo problema con gli altri e con il medico ed esegue esami continui, le cui risposte anche se rassicuranti, non lo mettono mai in una condizione di serenità. In prima seduta, per riassumere, viene definito al meglio il problema, si identificano le tentate soluzioni, inoltre, il terapeuta si adopera al fine di “rompere” le tentate soluzioni.

Nella seconda fase della terapia vengono verificati gli effetti della rottura delle tentate soluzioni e delle prescrizioni eseguite dal paziente; vengono ulteriormente interrotte le tentate soluzioni che ancora impediscono la piena guarigione. In terza fase il terapeuta accompagna il paziente consolidando i risultati raggiunti precedentemente. In quarta fase si conclude la terapia ed il terapeuta attribuisce al paziente il pieno merito dei risultati raggiunti attraverso gli strumenti che sono stati dati al paziente nelle varie sedute.

Nardone, G.(1993). Paura, panico, fobie. Milano: Ponte alle Grazie

Nardone, G (2000). Oltre i limiti della paura. Milano: Rizzoli

Nardone, G. (2003). Non c’è notte che non vedo il giorno. Milano: Ponte alle Grazie

Nardone, G., Portelli, C. (2013). Ossessioni, compulsioni, manie. Milano: Ponte alle Grazie.

Rovetto, F. (2003). Panico, Origini, dinamiche, terapie. Milano: McGraw-Hill.

Nardone, G (2016). La terapia degli attacchi di panico. Milano: Ponte alle Grazie.

Cardiofobia e Psicoterapia Breve Strategica

A cura di Dr.ssa Rossella Campigotto – Psicologa Psicoterapeuta

La cardiofobia è una patofobia molto diffusa caratterizzata dalla paura di avere un infarto e poter morire. Tale paura innesca nel paziente una tentata soluzione che mantiene il problema e lo può far anche peggiorare: focalizzare la propria attenzione sull’ascolto ed il controllo del ritmo cardiaco. Ciò determina però il sentire segnali minacciosi e variazioni del battito. Pertanto si crea una situazione che si può definire paradossale in cui più il paziente cerca di rassicurarsi attraverso le rilevazioni cardiache autoindotte e più si scatenano in lui le sensazioni del panico, che possono determinare una corsa al Pronto Soccorso o la richiesta di consulti a cardiologi poiché la persona si fa prendere spesso dalla disperazione.In questi casi i cardiologi cercano di rassicurare il paziente poiché non ci sono le motivazioni per stare così in ansia, senza però riuscirci: in genere il paziente pretende elettrocardiogrammi su elettrocardiogrammi!La persona può, dopo svariati esami risultati tutti nella norma, far ricorso ad ansiolitici e antidepressivi che possono sedare le reazioni senza però intaccare minimamente la fissazione fobica. In aggiunta, se il paziente teme sia il battito accelerato che quello rallentato, la sedazione farmacologica può incrementare la sensazione del panico che il suo cuore possa fermarsi di colpo.

Come prima manovra terapeutica in questi casi, si inizia con l’ assecondare il paziente, affermando che è importante sapersi ascoltare e monitorare i segnali del proprio corpo ed in particolare del nostro organo fondamentale: il cuore. Però, ciò deve essere fatto in modo rigoroso e puntuale, affinché le rilevazioni siano davvero utili. Si prescrive:“Da oggi a quando ci rivedremo lei dovrà, allo scoccare di ogni ora- alle 8, alle 9, alle 10, eccetera- effettuare la rilevazione del suo battito cardiaco misurandolo dal polso. Ma per essere rigorosi dovrà eseguire 3 misurazioni di un minuto, intervallate da un minuto di attesa. Annoti su un taccuino tutte le risposte, così avremo un’effettiva osservazione del comportamento del suo ‘cuore pazzerello’. Da tutto ciò capiremo cosa fare per tenerlo a bada”.Il compito appare come un’indagine conoscitiva, ma in realtà è una potente prescrizione terapeutica che ha lo scopo di introdurre nella mente del paziente qualcosa in linea con la sua logica di pensiero ma è capace di sovvertirne l’equilibrio “insano”.Arrivati alla seconda seduta i pazienti affermano di essersi resi conto che il loro cuore si era comportato proprio bene e che, dalle annotazioni, risultava regolare. Molti pazienti inoltre riferiscono di non essere ricorsi al Pronto Soccorso, né al medico. Spesso dicono che dopo la prima settimana talvolta avevano trovato faticoso eseguire rilevazioni ogni ora, visto che non si sentivano preoccupati.
Tuttavia in questi casi il terapeuta strategico prescrive di continuare nel sistematico lavoro di controllo del cuore, ma allentando un po’ il ritmo: “solo” ogni due ore, ma sempre per 3 volte come in precedenza.Al successivo appuntamento, i pazienti riferiscono di solito che il cuore da un mese sta “facendo il bravo”.Si spiega poi al paziente che la prescrizione è molto più di una semplice rilevazione delle variazioni del suo battito cardiaco e si suggerisce così di scoprire cosa si celi dietro, continuando a metterla in pratica, ampliando a 3 ore lo spazio tra una rilevazione e l’altra.
La
terapia prosegue per altre sedute sino alla naturale estinzione della consegna ed alla piena consapevolezza del paziente, di come tale indicazione avesse ribaltato la sua patogena percezione del battito cardiaco, conducendola ad un cortocircuito.

Per approfondimenti:

Nardone G., 1993, Paura, panico, fobie: la terapia in tempi brevi, Ponte alle Grazie

Nardone G., Salvini A., 2013,  “Dizionario Internazionale di Psicoterapia” .

Nardone G.,  Salvini A., 2004,  Il Dialogo Strategico,  Ponte alle Grazie, Milano –

Nardone G., 2000 “Oltre i limiti della paura“, Ponte alle Grazie, Milano

Nardone G., 2003 “ “Non c’è notte che non veda il giorno“, Ponte alle Grazie, Milano –

Nardone, G (2016). La terapia degli attacchi di panico. Milano: Ponte alle Grazie.

LA PAURA DI PRENDERE L’AEREO ED IL TRATTAMENTO CON PSICOTERAPIA BREVE STRATEGICA

a cura della dr.ssa Rossella Campigotto – Psicologa e psicoterapeuta

Quella dell’aereo è una paura molto diffusa. Per alcune persone essa non è così invalidante, poichè scelgono, in alternativa, destinazioni che è possibile raggiungere senza troppi problemi di ansia via terra o via mare. Per altri però, pensate a chi è costretto a viaggi per motivi di lavoro, l’aereo rimane un mezzo di trasporto che si deve inevitabilmente utilizzare.

Siamo di fronte a due estremi: chi rinuncia, anche se con l’amaro in bocca, a visitare posti esotici o tropicali o destinazioni lontane, dall’altra si trascorrono in alto sull’aereo le ore più terrificanti di tutta la vita. Le statistiche dicono che i viaggi più sicuri sono quelli in aereo rispetto a quelli in auto, ma per chi soffre di paura dell’aereo questo lo sa e non conta. Chi ne è affetto fa continui ragionamenti per convincersi ad affrontare il mostro-aereo, per esempio pensano: “L’aereo lo prendono tutti” oppure “Ogni giorno ne partono e ne arrivano a centinaia di migliaia”,…….

Quando c’ è di mezzo la paura patologica, la rassicurazione non funziona per risolvere il problema; non funziona continuare ad evitare l’aereo. Se queste soluzioni funzionassero non sentiremmo più parlare della paura del volo.

La paura è un’emozione arcaica che non può essere frenata dalla ragione. La ragione di fronte alla paura soccombe poiché si innescano tutti i meccanismi fisiologici involontari sollecitati da questa emozione.

Gli antichi sumeri nelle tavole in pietra scrivevano “la paura evitata diventa panico, la paura guardata in faccia diventa coraggio”. Presa dalla paura, infatti, la persona cerca di evitare le situazioni spaventose. Inizialmente questa tentata soluzione sembra funzionare poi, evitamento dopo evitamento, la situazione peggiora, fino ad intaccare interamente la fiducia nelle proprie capacità personali.

Chi soffre di paura di volare tende a manifestare una eccessiva attenzione su di sé e sulle proprie reazioni neurofisiologiche già prima di allacciare le cinture. Questo controllo su di sè aumenta in genere appena l’aereo parte in velocità ed arriva al culmine quando le ruote si staccano da terra. Infatti cercare di controllare queste reazioni, cercando di calmarsi, di respirare piano, ecc… le rende ancora più acute. Questa reazione può generare un vero attacco di panico proprio ad alta quota se non prima.

L’intervento efficace di Psicoterapia Breve Strategica blocca queste modalità disfunzionali di controllo grazie a compiti specifici ed attraverso l’uso di un linguaggio ipnotico e suggestivo in seduta. I compiti dati dal terapeuta verranno eseguiti dal paziente nel periodo precedente alla partenza del volo, durante l’arrivo in aeroporto, durante l’attesa al check-in, a bordo dell’aereo ed una volta atterrato il volo.

Per approfondimenti:

Nardone G.,1993 “Paura, panico, fobie”, Ponte alle Grazie, Milano Nardone G., 2000 “Oltre i limiti della paura“, Ponte alle Grazie, Milano Nardone G., 2003 “ “Non c’è notte che non veda il giorno“, Ponte alle Grazie, Milano